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Sabato 24 Aprile h. 14.30
Dipartimento Scienze della Comunicazione, via Azzo Gardino 23
Culture elettroniche
A cura di Lucio Spaziante in collaborazione con DSC Università di Bologna, Blow Up magazine
Partecipano:Tiziano Bonini, Claudia Attimonelli, Stefano Bianchi, Andrea Benedetti.
Culture elettroniche è un excursus sull'interdipendenza tra musica elettronica e le cornici (frames) culturali,
tecnologici e mediatiche circostanti, prese in analisi in contesti locali, scenari europei e panorami internazionali
Il rapporto sarà analizzato con l'aiuto di alcuni dei suoi protagonisti, di attenti e consapevoli esperti-ricercatori,
che vivono i diversi luoghi (spaziali, ma non solo) della cultura elettronica, per arrivare a delineare una visione
globale del fenomeno oltre il puro ambito musicale, oltre i confini geografici e culturali, oltre le effimere mode
ed passeggeri fenomeni di costume, addentrandosi nei movimenti di idee e di pensiero nati attorno alla
produzione di popular music elettronica, dove si sono generate formazioni di vere e proprie aree culturali,
strettamente legate a generi musicali, post "club-culture", che per questo abbiamo definito 'culture elettroniche'.
Insieme alla produzione musicale si generano stili comportamentali, innovazioni gergali, abitudini vestimentarie,
in una parola pratiche che rappresentano una delle forme più diffuse di produzione culturale specificamente
'giovanile'. Si genera una convergenza tra la produzione immaginifica, eterea, onirica, ambientale, astratta e
concettuale, tipica dei primi anni '70, e l'ambito del movimento e del corpo. Un'associazione tra corpo umano e
macchina elettronica tutt'altro che scontata, derivata anche dalla disco-music anni '70 che costituisce un primo
ponte verso forme che tendono ad attenuare l'articolazione e ad accentuare per contro una ripetitività che
simula la velocità delle metropoli iperproduttive e delle nuove line telematiche, di cui la musica elettronica è e
sarà l'insostituibile colonna sonora.
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'Culture elettroniche': Lucio Spaziante
A partire dalla seconda metà degli anni'80, il linguaggio della musica dance, dei club, viene fortemente condizionato
dall'uso di sonorità elettroniche. La musica tradizionalmente legata al ballo ed alla corporalità, si fonde con una
ricerca musicale maggiormente dedita alla sperimentazione timbrica e sonora.
Un linguaggio che è decisamente orientato alla costruzione di immaginario futuribile, a partire da frammenti
ricombinati della musica elettronica europea, new-wawe inglese e elettronica tedesca, mescolati con la cultura
funk delle città industriali americane come Detroit e Chicago.
E' nella vecchia Europa che però avviene l'esplosione di massa di forme che uniscono soul ed elementi
"macchinici". Ecco la nascita del movimento acid-house e della conseguente diffusione di una generale
estetica techno, che attecchirà in diverse realtà locali/globali come il Belgio, la Germania, la Francia, l'Italia,
l'India, il Giappone, diventando un canovaccio su cui si innesteranno numerosi fenomeni traduttivi.
Il movimento di idee creatosi attorno alla produzione di popular music elettronica, in Europa e negli USA come
in altre parti del mondo, ha generato dunque la formazione di una vera e propria area culturale, strettamente
legata ad un genere (?) musicale e allo stile di vita della club-culture, che per questo abbiamo definito l'area
delle 'culture elettroniche'.
Al suo interno per convenzione si annoverano house, techno, drum'n'bass e loro sotto-generi, ma anche frange
liminali di hip-hop e vengono assorbite suggestioni culturali estremamente eterogenee. Assieme alla produzione
musicale si generano stili comportamentali, innovazioni gergali, abitudini vestimentarie, in una parola pratiche,
che rappresentano una delle forme più diffuse di produzione culturale specificamente 'giovanile'.
Uno degli elementi di valore dell'elettronica popolare risiede nella capacità di attecchire universalmente attraverso
una convergenza tra la produzione immaginifica, eterea, onirica, ambientale, astratta e concettuale, tipica dei
primi anni '70, e l'ambito del movimento e del corpo. Un'associazione tra corpo umano e macchina elettronica
tutt'altro che scontata, derivata anche dalla disco-music anni '70 che costituisce un primo ponte verso forme
che tendono ad attenuare l'articolazione e ad accentuare per contro una ripetitività che, non sembri blasfemo,
mostra evidenti analogie con la ricerca portata avanti da alfieri newyorkesi del minimalismo come Philip Glass
e Steve Reich.
Trainspotting, pellicola 'di formazione', ci regala un'ottima descrizione della transizione tra la cultura del
'rock classico' e quella della generazione techno, quando il giovane personaggio di Ewan Mc Gregor emigra a
Londra per inserirsi nel trend iperproduttivo e dinamico della metropoli.
Una sera, entrando in discoteca, non trova i soliti indie rock o funky d'annata, bensì il ritmo della techno.
Seduto su una panca, diventa l'osservatore della trasformazione in atto: giovani, Club Culture, Londra. Guarda
quel diverso modo di ballare e di muovere il corpo, e lentamente inizia ad imitarlo; avviene la metamorfosi.
Nel suo sguardo ritroviamo l'azzeramento di trent'anni di musica rock e di convenzioni negative e retrive sulla
musica dance. Improvvisamente riceve l'Illuminazione: smette di ascoltare semplicemente e comincia a saltare.
"Il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, non ci sono più divisioni tra maschi e femmine" recita la voce
narrante. Spariscono il rock, Iggy Pop, la Provincia, la Retroguardia, l'eroina, il "Vecchio". Ora ci sono la techno,
la Summer of Love, il club, il transgender, l'ibridazione, la positività, così come tante altre cose non sempre positive.
Nascono le 'culture elettroniche'.
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